lunedì 10 marzo 2008

Ammaniti di persona e le mie divagazioni personali

Sono incantata!
Sono disperata! Anzi, senza punto esclamativo. Sono disperata. Esprimersi in parole e con una comprensibile logica è dannatamente difficile. Come lo fa bene questo brillante scrittore di Roma Niccolò Ammaniti! In confronto mi sento un pesce. Muto. Con mille pensieri che brulicano dietro gli occhi spalancati. E la bocca che si apre e si chiude senza dire niente.

Insomma torniamo ad Ammaniti.

Ha cominciato a scrivere per sbaglio. Per non dire al padre che non studiava. Doveva pur impegnare in qualche modo il tempo tanto che era lì, nello studio di suo padre, concesso al figlio per una buona e nobile causa come la tesi. Effettivamente si è messo a scrivere ma non la tesi. Man mano che lo prendeva e non smetteva più, il padre pensava “Ammazza, ‘sta tesi”…

Nei tempi di scuola non era bravo nell’italiano, non dimostrava né doti particolari né attitudine a niente che avesse a che fare con la letteratura.

Ultimamente la sua attenzione di lettore si sta spostando da letteratura e libri letterari verso i saggi.

Una cosa interessante e particolare che la letteratura possa fare è spostarsi nella mente della persona e far vedere cosa succede lì dentro – a differenza di una semplice cronaca nera.

Non avrebbe potuto mai scrivere di un bambino soffrente di un paese africano – come gli suggerivano i medici senza frontiere – perché o si trasferisce là e vive insieme a loro per poter scrivere di loro, o altrimenti non sarebbe capace. Ma anche in quel caso al massimo potrebbe scrivere un articolo, non un romanzo.

Non ha mai voluto narrare un racconto in prima persona perché gli sembra limitativo: la prima persona o narra di qualcosa di cui sa, o di qualcosa che gli hanno raccontato gli altri. Invece lui cercava di mostrare i personaggi come da di sopra, come burattini guidati da Dio. Creare un romanzo corale. Con tante voci. Per dare voce più che altro a una comunità e non una persona.

Però nello stesso tempo – quando scriveva “Io non ho paura”, sentiva che la descrizione delle emozioni del bambino in terza persona spesso non funzionava. E’ quando ha usato la prima che ha cominciato davvero a essere convincente. Ha funzionato anche perché lo scrivere in prima persona ha trasportato lui stesso alle esperienze che ha avuto da bambino, facendo il libro convincente.

Ad es. ricorda che da bambino aveva tantissimo tempo per essere annoiato. I bambini di oggi non hanno un minuto libero – sembrano dei piccoli manager – hanno tutto programmato, tutti i giorni della settimana trascritti al minuto, le lezioni di flauto, i corsi di nuoto. E quando gli capita un minuto libero si mettono davanti alla tv e gli viene addosso tutto quello schifo che la tv trasmette. Invece nei suoi tempi c’era tempo per annoiarsi. E fino ad un certo punto era una cosa buona. I giochi erano semplici, spesso fatti da loro. Adesso non c’è tempo.

La cronaca nera e l’uso che ne fanno in tv di tappabuchi nei tempi morti è assolutamente atroce.

[ Cioè, praticamente, ragazzi, abbiamo a che fare con uno scrittore che usa la lingua estremamente semplice, senza fissarsi troppo con la scelta delle parole, per il quale la lingua non è un oggetto di bellezza di per se, ma un puro strumento per far vedere qualcos’altro che gli interessa di più: l’interno della testa umana, ad es. di un delinquente, l’educazione sentimentale di un figlio, il percorso e l’effetto che fa l’educazione che il figlio riceve su quello che poi diventa nella vita, il rapporto padre-figlio… ]

Nei suoi romanzi racconta le storie. Prima di cominciare a stenderle ne ha alcune in testa, più di una, e le porta in mente fino a quando non arriva una definitiva che lo colpisce – come quando hai tante donne nella tua vita e sono lì fino a quando non arriva una e tu capisci è lei quella che voglio – e allora mette giù tutto intorno a quella lì.

Se all’inizio gli avessero detto fai una sceneggiatura da “Come dio comanda” e non un romanzo, lui non l’avrebbe scritto così, avrebbe fatto appunto una sceneggiatura, che è diverso. Però per lui il romanzo offre molti più mezzi per raccontare che un film. Ad es. in un film non potrebbe starci una fine aperta come quella del “Come dio comanda” [qua ci ha svelato la fine] perché il regista semplicemente non potrebbe lasciare lo spettatore con un niente, invece un libro sì. Voleva far vedere come ultima cosa l’illuminazione del ragazzino, è con quello che voleva che finisse il romanzo. Con la sua scoperta che esiste un modo di vivere, modo di vedere le cose altro che quello gli insegnava, non conoscendo altro, suo padre. E un film non potrebbe finire così.

Dal libro “Io non ho paura” è stato fatto l’omonimo film. Era emozionante vedere come certe scene che prima vedeva nella sua testa, e nella sua testa ambientava in certi luoghi, poi prendevano vita e li vedeva veramente accadere attraverso il cinema. E’ stato forte anche vedere come si applicano gli sforzi, i talenti di tante persone nella creazione di qualcosa che in base aveva una sua idea.

Però essere lì sul set era la cosa più noiosa al mondo – consisteva prevalentemente nell’aspettare. Tutto il giorno tute quelle persone ad aspettare che girino o rigirino una scena. Lui molto spesso non ce la faceva.

Gli interessava di raccontare di esaminare il rapporto padre figlio, una “storia d’amore” tra i due – che sono legati nonostante niente – che sono come una tartaruga, il padre è il guscio e il figlio è il corpo che ci sta dentro. E nessuno dei due può stare senza l’altro.

Il padre che gli insegna a vivere attraverso l’odio, perché è uno strumento di protezione, perché non è sicuro nella sua realtà. L’odio verso lo sconosciuto, il razzismo, quando al posto di accogliere qualcosa di estraneo arricchendosi, usufruendo di questo contatto, uno invece lo prende con ostilità, è una manifestazione di paura. Qui da scrittore vuole far vedere un lato umano di ogni persona anche dell’ultimo delinquente che ci sembra il più odioso. Vuole farci capire perchè si comporta così facendo vedere il suo lato umano: che magari è spaventato dal fatto che il lavoro che faceva prima adesso lo danno a uno emigrato che pur di guadagnare è disposto a farlo a metà di soldi, che la sua posizione sociale è compromessa, che le condizioni in cui vive sono insicure, che è proprio per questo supporta Hitler che culturalmente non sa neanche veramente chi era ma lo cita come un esempio al figlio perché il suo regime gli darebbe un minimo di riferimenti e di sicurezza che mancano completamente nella sua vita e che non riesce lui stesso a garantirsi da solo.

[ Praticamente, come scrittore mi sembra molto uno che si interessi della comunità, non uno da introspettiva e pensieri profondi. Cioè lui si interessa sì dei pensieri e dell’interiorità del personaggio ma solo per quanto questo possa influenzare il percorso di tutta la comunità – per non farlo annoiare non basta una persona – si diverte nell’osservare come si andranno a intrecciare tutti i fili delle vite delle persone all’interno di una comunità. Molto più giornalistico come autore. Anzi, pubblicistico – quello di attualità.

Tant’è vero che la prima domanda che gli hanno fatto era sulla centrale nucleare qua vicino, se non vorrebbe dedicare un romanzo a descrivere quella realtà – cosa c’entra con la letteratura?? Non è un giornalista…

La sua parlata è molto sciolta, divertente, comica, che scorre senza annoiare, non lenta e non ripetitiva, molto precisa e leggera. Elegante.]

Per quanto riguarda i critici [li osserva praticamente con lo stesso interesse come i delinquenti o santi] – riconosce il diritto e la libertà di tutti di dire quello che pensano. Se la critica è motivata, anche se negativa, è contento di riceverla.

Comica la situazione quando subito dopo la pubblicazione del suo primo romanzo i critici affermavano: qua l’autore è fortemente influenzato dagli scrittori americani tal dei tali, - in realtà l’autore si chiedeva chi fossero.

Poi, essendo adesso talmente diffusi i mezzi di informazione, un libro appena esce è polverizzato – è divorato dai milioni di lettori, ne sanno tutti, per cui adesso tutti sono critici – non riconosce il diritto di solo alcuni di essere chiamati così. Nel momento in cui hai letto il libro e esprimi il tuo giudizio sei un critico. Magari solo dopo 20-30 anni, quando saranno pochi a conoscere la situazione, quelli potranno esprimersi con autorità dei critici ed essere ritenuti tali.

[ L’ho inquadrato come uno scrittore che ha come obiettivo di illustrare, dimostrare, riflettere in un certo modo la realtà – svelare la realtà – svelare i misteri dentro le teste altrui, raccontando tutto quello che osserva intorno a se – prendendo i fili e mettendoli in un unico tappeto, - facendo questo lui non crea niente di suo, lui assembla, costruisce – ma non crea la lingua lui, è già creata, NON CREA non è stato mai interessato alla parola, per cui non la modifica neanche – la prende e la mette nel piatto – e per funzionare e per convincere e per impressionare deve essere vera e quindi la prende come viene usata dalle persone e la mette nella bocca dei suoi personaggi – un camionista non può parlare come uno scrittore che dà conferenza stampa – se no non sembra veritiero.

Avendo in mente gli occhi impressionati dell’Eli e la reazione della signora Atonia alle parolacce nel libro precedente, ho fatto questa domanda estremamente superficiale: perché lui Ammaniti usa le parolacce. Mentre la facevo sapevo la risposta. Perché lo specchio rispecchia i denti storti e i brufoli. Ovviamente potrebbe come poeta incantarci con delle belle immagini e stupende metafore e omettere i difetti per creare una sua versione della realtà, quella poetica. Ma questo sarebbe un altro genere. Non quello di Ammaniti. Ammaniti non vuole creare i suoi mattoncini, lui costruisce dai mattoncini che sono già creati, che ci sono già.

Ovvio perchè uno scrittore del genere usa le parolacce. Perché stupirsi? E’ come chiedersi ma perché un camionista o un muratore o un dirigente d’azienda usa le parolacce? Il chè è una domanda psicologica o etica o antropologica o sociolinguistica più che letteraria.]

Ammaniti ci spiega anche nelle sue opere perché usa le parolacce – come deve essere uno, quale vita deve avere uno, quali motivi deve avere uno per esprimersi come si esprime, con le parolacce.

Dimostrando il lato umano di un delinquente, di un razzista, di un personaggio che per certi aspetti sarebbe uno schifo della società, lui evita di applicare queste etichette – troppo piatto – non esistono le persone completamente buone o completamente cattive. Infatti quando vuole mostrare un personaggio completamente positivo introduce i bambini – perché una persona adulta non sarebbe capace di questo slancio positivo che proviene da dentro, senza essere provocato da qualche evento dal di fuori, - di questo sono capaci solo i bambini, secondo lui.

Le etichette è anche il motivo per cui non gli piace la tv di oggi. La censura è totale, soffocano ogni minimo di creatività. Il mondo com’è in tv è totalmente privo di sorpresa – facendo vedere i reportage sugli omicidi fanno vedere i vicini che si stupiscono ma come una persona che tutti questi anni così perbene così disponibile abbia potuto uccidere, chi l’avrebbe mai detto. L’omicida deve avere un identikit come un etichetta subito riconoscibile. Questa semplificazione dei personaggi, questa commedia delle maschere, questi etichette – sono quasi come comunismo in questo senso: tutti osservati da questo grande fratello con i profili comportamentali previsti e scritti sulla fronte di ciascuno. Nei suoi libri vuole far vedere il contrario.

Come vedete, alla fine, volendo lasciare traccia dei pensieri di Ammaniti sono arrivata appunto a etichettarlo, e prima ancora di finire il libro. Ma l’ho fatto avendo dietro alle spalle le “Branchie”, “Ti prendo e ti porto via” e la brillante scioltezza delle sue risposte alle domande del pubblico.