lunedì 27 ottobre 2008

Riunione 1 Stagione II






















giovedì 19 giugno 2008

Punto della strada

Da brava scout, ritengo sia importante e costruttivo alla conclusione di un’esperienza fare quello che in gergo viene chiamato il “punto della strada”, ovvero una sorta di verifica fin qui.
Per questo sto postando i miei commenti e riflessioni su quest’anno di Slowbook, senza alcuna pretesa, ma invitando tutti quelli che ne hanno voglia a condividere le loro opinioni sincere.
Sono entusiasta e meravigliata per la costanza che abbiamo avuto e per essere riuscite a portare fino in fondo un anno di incontri. Sono felice per essere riuscita a partecipare sempre, soprattutto perchè temevo che avrei fatto fatica ad uscire di casa lasciando l’Emma al papà. Invece è stato positivo, mi serve ogni tanto dare una svegliata alla mia mente. Ogni libro letto è stato sicuramente stimolante, ciò non significa che mi siano piaciuti tutti, ma che ad ognuno è seguita una bella e partecipata discussione. Mi ha fatto piacere che non fossimo mai unanimi nel dare un giudizio, ma che ogni volta si sviluppassero interessanti dibattiti. E proprio per questo motivo mi è molto spiaciuto che alcune persone abbiano abbandonato. A dire il vero spero che con il nuovo anno e le nuove avvincenti modalità qualcuno ci ripensi e ritorni, perchè il dialogo si alimenta quando avviene tra “fazioni” di pareri diversi. È bello provare a vedere le cose anche sotto un punto di vista alternativo, mettendo in gioco le proprie convinzioni per rafforzarle o anche per variarle, e comunque senza fissarsi che la propria idea sia quella giusta. Insomma, il fatto che il nostro sia un gruppo così eterogeneo sotto tanti aspetti, è una vera ricchezza. Ah, così per dire, come genere, storia e piacevolezza, il libro che ho apprezzato di più di quelli letti è stato “La famiglia Winshaw”.
Grazie a tutti per la spontaneità e la sincerità messa nelle discussioni, e grazie a tutti quelli che hanno ospitato le riunioni, che hanno sempre avuto un clima molto familiare e raccolto.
Fin qui gli aspetti positivi.
Visto che le verifiche servono anche a migliorare ciò che non piace, dirò anche le mie note “critiche”. Credo che la partecipazione agli incontri, il fatto di leggere o meno un libro proposto debba essere un piacere. Non è che siamo a scuola e quindi bisogna giustificarsi con la prof. per non aver fatto il compito. Per cui mi sarebbe piaciuto che anche chi decideva di non leggere un libro venisse agli incontri, spiegando le sue motivazioni, come è successo ad es. nel caso di “Come Dio comanda”. Altra critica, e qui faccio mea culpa, è che dobbiamo arricchire un po’ il nostro blog!!! Credo faccia piacere a tutti leggere cose interessanti come lo sono stati l’intervento della Nat sull’incontro con Ammanniti, o il “racconto” della Marina oppure ancora i bellissimi racconti personalizzati dell’Elena e le ricette della Nico.
Ecco, mi sono sentita libera di esprimere le mie opinioni, positive e negative, perchè è un po’ quello che si propone il nostro club, scambiarsi libere opinioni. Spero che nessuno se la sia presa. Mi piacerebbe sentire anche altri pareri. Slowbook è ognuno di noi, e ciascuno contribuisce a renderlo come lo vorrebbe.
Buona lettura per quest’estate, ci vediamo al Festivaletteratura!
Elisa

lunedì 19 maggio 2008

links nuove proposte Nico

Un'educazione italiana
http://www.bol.it/libri/scheda/ea978884525360.html;jsessionid=611E4472AC0D44803C160DD5D6AC905E

Gomorra:
http://www.ibs.it/code/9788804554509/saviano-roberto/gomorra-viaggio-nell.html

venerdì 18 aprile 2008

Ed ora vi racconto il mio "Come Dio comanda"

Ed ora vi racconto il mio "Come Dio comanda"


Come qualcuno già sa, il weekend scorso l'ho passato ai seggi elettorali, sezione 5 di Cortemaggiore, a me affidata in qualità di presidente ormai da lunga, lunghissima data.

Questa esperienza, mista e mossa dall'affermazione uscita alla riunione di slowbook di venerdì scorso "troppe sfighe e tutte insieme" a proposito del libro di Ammaniti, mi spinge a condividere alcune storie con voi, questa volta storie vere, di persone reali, non frutto della fantasia o perversione dell'autore e neppure delle sue capacità letterarie, essendone io scarsamente dotata e sicuramente poco usa.

Siete pronte?

Cominciamo con le annotazioni sulle liste di sezione: persone decedute posteriormente alla revisione delle liste di sezione (...) : Marta Chiozza (uso il suo nome vero perché è uscito su tutti i giornali e le liste di sezione sono un dato pubblico e consultabile). Lo sapete, quella ragazza che è finita in coma e poi dichiarata morta in seguito ad un incidente in macchina con amici al ritorno da una festa di compleanno, 2 ragazzi davanti - che si sono salvati - e 2 ragazze dietro che hanno finito di vivere. Sarebbe stato il suo primo voto, c'era una grande C porpora vicino al suo nome: "solo camera". Dal prossimo anno non ci sarà più sulle mie liste.

Ora passiamo alla galleria dei miei votanti, qui, per rispetto della privacy e del riserbo del compito assegnatomi, cambierò i nomi.

Arriva Marco Berloni, è un pò il matto del paese, un tipo buffo, è quello che vi dicevo che alla fine degli anni settanta telefonava sempre alle scuole medie, incalzato da qualche bullo del paese con poca voglia di andare a scuola, per avvisare che c'era una bomba nell'edificio scolastico, cosicché la preside puntualmente ne disponeva l'evacuazione. Peccato... io ho cominciato le medie nell'81! Ora non so bene cosa faccia, a parte le sue ben note partecipazioni a tutte le feste paesane featuring "Piccola Katy" dei Pooh in versione John Belushi e i Blues Brothers: canta il ritornelllo e poi, siccome non ricorda le parole, se le inventa in un monologo popolar-rap, tipo Piccola Katy vai a fare la spesa, pulisci la casa, ecc...

Arrivano poi sua sorella e sua nipote. Qui mi devo organizzare perché la sorella, una signora di quasi 60 anni, beneficia del voto assistito, cioè entra in cabina con un'altra persona che voterà per lei, la figlia in questo caso, per un grave impedimento fisico che lei ha da molti anni (è cieca). Faccio tutta la trafila necessaria e dò loro le schede: la figlia, una ragazza che ha un anno in meno di me e che conosco da quando ero piccola, va in cabina con la madre, si sente un lungo vocerio, non sembra un dialogo ma come una preghiera, poi escono e la figlia piange, mi consegna le schede tutta rossa in viso e con dei lacrimoni che le rigano la faccia e io non so che dirle. Perché già la sua vita è partita in salita: la madre, genitore single e con una malattia menomante progressiva, cioè non lo so se era sposata, nubile o vedova, fatto sta che di un padre non s'è mai sentito parlare, e lo zio, giullare e oggetto di scherno di mezzo paese; io me la ricordo da piccola, Silvia, una ragazzina un po' tonta ma niente più. Poi, un'estate delle medie o i primi anni delle superiori, a Misano Mare in colonia, con quei soggiorni organizzati dal Comune, sparisce per una notte intera. Nessuno sa dove sia finita. Viene ritrovata in spiaggia, non parla più, non è in grado di raccontare cosa le sia accaduto e urla che ha dei serpenti che le risalgono il corpo e le vanno nel cervello. Per lunghi mesi, forse anni, non esce più di casa ed è imbottita di psicofarmaci per sedarla, poiché aveva cominciato a farsi del male per uccidere i serpenti. Ma da allora di tempo ne è passato e Silvia è tornata a passeggiare per le strade del paese con un micro animale che forse si potrebbe definire cane. Io guardo madre e figlia e mi chiedo chi delle due abbia più bisogno di essere accompagnata... nel voto e nella vita.

Arriva Martuscella, è un signore piccolo, magro magro, anziano, è sardo. Per quel che si racconta, è stato mandato a Cortemaggiore ormai decenni or sono in una sorta di confino penale in seguito ad un coinvolgimento in un omicidio nella sua terra natia (ma non li mandavamo noi i criminali nelle carceri sarde? ... ma!). E' lo spazzino comunale, un uomo che non parla con nessuno, tutto il giorno in giro con l'apecar azzurra del Comune, un lavoratore infaticabile e ligio al dovere. Circa cinque anni fa, o forse qualcuno in più, in una grande operazione di infiltrazione nella criminalità locale i Carabinieri di Corte, sotto copertura (nel senso letterario del termine), svelano la rete di ricatti e maltrattamenti in cui il povero Martuscella era caduto, vittima incapace di difendersi. Il comandante dei Carabinieri si nasconde sotto un telone nell'apercar di Martuscella e non appena il ricattatore magiostrino, ormai volto ben noto alle forze dell'ordine e a tutti noi (sai, uno di quelli a cui a 10 anni leggi in viso un futuro mediocre nella criminalità disorganizzata) si fa avanti, viene sorpreso con le mani nel sacco o in flagranza di reato, che dir si voglia.

Arriva Sante, sono le 9 del mattino ed è ubriaco, be' è sempre ubriaco. La sua storia, a dire il vero, non la so. So solo che è sbronzo... da sempre.
Ciò nonostante lo trovi spesso al lavoro: alla discarica comunale prende oggetti, porta oggetti, lancia oggetti e poi spinge una cariola. E parla. Da solo ovvio, perché qui proprio nessuno si prende la briga di starlo a sentire.

Arriva Samuele Terzoni, cammina male, tutto storto , eppure avrà 25 o 26 anni. Ops ma non deve votare qui, è "ammesso a votare presso il luogo di cura" perché mi si presenta qui? La mia vicepresidente, una ragazza carinissima e ben più dentro di me nella vita magiostrina, mi fa segno: è lui quello di cui parlavamo prima. Eh sì, giusto qualche minuto prima mi raccontavano di lui. Samuele era un bel bambino, molto vivace e pieno di vita. Ad un certo punto qualcosa è scattato nella sua testa, chi mi racconta non sa il perché né il per come, ma ne conosce decisamente le conseguenze: Samuele ancora ragazzo si butta dalla finestra di casa sua e si rompe tutto, corpo e anima. Ora cammina tutto storto, con un chiodo nelle gambe e le spalle asimmetriche, fa fuori e dentro dagli ospedali (di ogni tipologia) e non si ricorda che per votare occorre una tessera o certificato elettorale che prontamente gli è stato duplicato dal Comune quella stessa mattina. Ve lo farei vedere: un ragazzo molto carino, bel viso, moro, con 2 grandi occhi verdi, gentile ma assente. Duro mestiere quello dei suoi genitori: il fratello più piccolo di Samuele, un paio d'anni fa, era diventato protagonista delle cronache locali causando l'occhio nero del parroco di Corte con un sano e diretto cazzotto in faccia.
Be' , in paese era invidiato da molti...

Arriva Sebastiano con suo padre. "Ciao Seba", lo saluto. Seba ha la mia età, non siamo mai stati a scuola insieme ma ci conosciamo per via della parrocchia e per via che suo papà, un siciliano molto per bene, lavorava all'Agip come il mio. Seba è down, nel senso che ha la sindrome di down. Ciò nonostante è sempre stato inserito nella vita sociale e nel tessuto del paese fin da piccolo. Ma come succede a tutti crescendo, i rapporti si allentano, i ragazzi ormai adolescenti si stancano di andarlo a prendere e portarlo in giro. Chi può va a studiare fuori paese, poi si fidanza, si sposa e sempre più ci si scorda di lui. Seba è un ragazzo tanto "normale" che si ammala della malattia più diffusa dell'ultimo decennio: la depressione. Ora sorride a stento, saluta appena, guarda la televisione tutto il giorno e non vuole più uscire di casa. Ha perso quel suo sorriso bellissimo che gli faceva diventare gli occhi sottili sottili.

...

E su tutte le operazioni elettorali vigila Pachi, il rappresentante di lista. Un ex parrocchiana come me conosce bene Pachi.... sapete perché? Era il curato di Corte. Allora lo chiamavamo Don Qualcosa e insieme al parroco si occupava di noi povere anime. Ma qualcosa deve essere successo alla sua di anima: a furia di frequentare "ragazze di buona volontà", si innamora. Si innamora di una donna sposata, con un figlio e in crisi con il marito. Ora convivono serenamente a Corte. Non fraintendetemi: non sto giudicando perché Paola è davvero una brava persona e lui sembrava davvero convinto delle sue scelte, solo che queste cose succedono, sono successe e succederanno. Per inciso, anche il parroco precedente all'attuale si è spretato, frequenta una donna, il cui matrimonio è stato "annullato" seppur con 2 figlie all'attivo... Che dite sarà l'aria di Corte?


Sezione 5,

648 elettori alla Camera e 610 elettori al Senato, convocazioni elettorali del 13 e 14 aprile '08.


Queste poche e solo accennate storie (perché ce ne sarebbero tante altre) per farvi capire perché mi sento vicina alle storie di Ammaniti, ai dolori, alle povertà e alle giustificazioni che racconta così bene.
A volte penso di uscire di casa e vedere Rino e Cristiano che girano per Corte.

Marina

lunedì 14 aprile 2008

RIUNIONE 5: ANCORA FOTO




RIUNIONE 5: FOTO RIUNIONE




domenica 13 aprile 2008

RIUNIONE 5: APERITIVO da NINOVA





























COME DIO COMANDA: considerazioni

Delle due l’una: o ti piace o ti inorridisce. Difficile che ti lasci indeciso. Impossibile che ti lasci indifferente. Il che ne fa un libro di successo, comunque. Capisco che a molti non piaccia, anche se non ammetto le parolacce come una ragione di critica valida: come possono questi personaggi parlare educatamente? Ovviamente se nella lettura cercate svago ed evasione dalla realtà, questo non è il libro che fa per voi. Io invece cerco di tutt’un po’ e mi è piaciuto. Tanto. Direi più di tutti quelli che abbiamo letto fino ad ora. Se dovessi riassumerne l’effetto su di me direi che è stato un commovente calcio nello stomaco.

Non che sia un capolavoro letterario, intendiamoci, anche se a dirla tutta si è meritato il Premio Strega 2007: Shishkin scrive indubbiamente meglio, per esempio, e pur nella vastità e complessità di Capelvenere non commette errori grossolani, non perde mai il filo, non sbaglia i dettagli e usa la prosa come fosse poesia. Ammaniti? Il congiuntivo, questo sconosciuto… E passi nei dialoghi, visti gli interlocutori, ma il narratore? “Quando il presepe sarebbe finito, qualcosa d’importante l’avrebbe avuto anche lui” (ma è solo un esempio)… E poi ci sono gli “abbai” del cane e l’“obbiettivo” che andranno bene a Roma ma nel Veneto poi no, la “scrivaniola”, “il padre ricco, uno di quei froci che bisogna spiegarglielo (?)” e “come un cammello stonato, abbassò lo sguardo” (chissà che sguardo ha un cammello stonato, mah…). Per tacer della ragazza bionda che a pag 117 e 118 ha i capelli corti, così corti che le si vede il collo, e a pag 119 li ha lunghi che ondeggiano sulla schiena. E Fabiana? Nella notte apocalittica indossa una camicia (347) o una maglietta (417/418)? I pantaloni sono abbassati alle ginocchia (245 e 347) o tirati su ma aperti (417/418)? Le mutande sono abbassate (245) e strappate (347) o sono tirate su e si vede solo un ciuffo di peli uscire (417/418)? E’ Cristiano che la trova così a pag 347 e la stende sul tavolo a pag. 417, nessuno l’ha toccata nel frattempo, a meno che Cristiano sia schizofrenico e non si ricordi di averlo fatto ma non funzionerebbe nel meccansmo narrativo e il dettaglio credete non è da poco: dato che le mutande sono intatte e i pantaloni non sono abbassati, Cristiano è sicuro che (suo padre) “non ci ha scopato”. Ho letto Io non ho paura e anche lì ci sono dei momenti di smarrimento come questi: credo sia la riprova di ciò che lo stesso Ammaniti ha detto alla conferenza, cioè che non dà molta importanza alla lingua e allo stile e che a scuola in italiano non era una cima.

Ma che storie sa assemblare! Secondo me quando cammina per la strada o va al bar a prendere il caffé o siede nella sala d’aspetto di un medico lui non vede le persone e le cose, lui le guarda tutte, una ad una, nei minimi dettagli, dallo smalto sulle unghie alla punta degli stivali, dal sacchetto giallo dell’Esselunga all’ombrello che si rovescia nella pioggia, alle gocce che rimbalzano sugli zerbini quando sono fradici, e ascolta tutto, dai discorsi della gente in farmacia ai servizi di cronaca nera al telegiornale, a CSI. E’ come una telecamera che filma la realtà, un registratore che ne conserva i suoni, una spugna che ne assorbe le emozioni. E poi tutto viene smontato e riassemblato fino a formare personaggi inventati certo, ma indubbiamente “veri”, non dei “tipi” bensì delle personalità complesse. E’ un po’ come fare un dolce: gli ingredienti di per sé hanno determinate caratteristiche e sapori e a seconda di come li sai amalgamare ti esce una leccornia o una ciofeca (e infatti molti di voi pensano che sia proprio una ciofeca). Ecco, se dovessi paragonare questo libro a un dolce direi che ha fatto un’ottimo croccante: duro, durissimo all’inizio, da lasciarci tutti i denti, non un dolce amalgamato ma fatto di mandorle tenute insieme dallo zucchero, però poi mastica mastica si ammorbidisce e in bocca comincia a sciogliersi ed è buono e zuccherino, ma con quel retrogusto di mandorle amare…

Una storia simile a questa l’ha raccontata anche il film La ricerca della felicità: un padre e un figlio toccano il fondo ma si risollevano e alla fine il padre ritrova il lavoro, diventa ricco e ci scrive pure il libro. Un eroe, insomma. Uno che ce l’ha fatta. Il sogno americano, riveduto, corretto, ma alla fine sempre e comunque realizzato. Qui di eroi non ce ne sono. Qualcuno alla riunione ha detto che mentre proseguiva nella lettura si aspettava sempre di vedere una luce alla fine del tunnel, che almeno un personaggio si risollevasse dal fango, che ci fosse un miglioramento (Ninova diceva: “Stupiscimi, dài, stupiscimi”). Invece, nisba. Perché non è un film. Giustamente la Nat e l’Elisa mi hanno fatto notare che la storia del film di Muccino è vera e quella del libro no. Il paradosso è che per una storia che va come La ricerca della felicità, ce ne sono 100, 1000 e anche di più che vanno invece come in Come Dio comanda. Però il film piace, il libro meno. Si preferisce il sogno alla realtà? Non vogliamo rinunciare alla speranza? O forse abbiamo paura di guardare la verità negli occhi? Chissà…

Ma, come dicevo, nella realtà così come nel libro non ci sono eroi a tutto tondo. E non c’è nemmeno uno straccio di buon vecchio anti-eroe, l’Antagonista delle favole, il Cattivo per eccellenza, quello che incarna il Male assoluto. Ed è questa la meraviglia che suscita in me questo libro: il male esiste e si capisce bene che cos’è (ammazzare, rubare, violentare, picchiare, commettere atti vandalici, imbottirsi di canne fino a rincoglionirsi, ubriacarsi, nutrirsi di assurdi pregiudizi, tradire i propri amici) ma benché tutti i personaggi principali e molti di quelli secondari compiano il male, non si riesce a giudicarli malvagi, anzi, suscitano inscindibilmente orrore e comprensione, biasimo e simpatia.
4 Formaggi non è colpevole, è pazzo, crede di parlare con Dio e alla fine addirittura di essere lui Dio: ben più colpevole è la società, che per un frainteso senso di tolleranza e lotta al pregiudizio sulla malattia mentale lascia i malati mentali liberi, di vivere con gli altri ma anche di ucciderli.
Danilo è un padre stritolato dal senso di colpa, l’ossessione della rapina non è che un modo per riappropriarsi dell’unica parte rimasta in vita del suo passato, si affida a Dio (o meglio, alla medaglietta di Padre Pio) ma trova la morte nel momento che per lui doveva essere la liberazione.
Beppe è un meschino: tradisce il suo miglior amico andando a letto con sua moglie, vede Dio solo come un punitore di peccati, si affida alla lettura della Bibbia (la ressurrezione di Lazzaro: “Uguale!” J) e ad un voto per salvarsi l’anima, ma poi ci ripensa (la scena della confessione col monaco svizzero è esilarante) e decide di volgere la religione a proprio vantaggio (“Il Signore non è un mercante con cui contratti favori in cambio di promesse”). Ma con Cristiano si comporta da amico, corre quando lo chiama lo Polizia, si trasferisce a casa sua, in parte per opportunismo, è vero, ma non completamente (398 e 476).
Fabiana: che dire? La morte rende tutti santi, questo è quello che lascia intendere la terrificante descrizione del funerale. In realtà è una ragazzina ricca e viziata, che ha tutto ma non apprezza nulla, che non ha alcun rispetto per i genitori (e forse lei non ha tutti i torti, ma nemmeno i genitori ne hanno ad avere riserve su lei), che ha rinunciato ad un’amiciza vera e pulita per la più eccitante e trasgressiva Esme, con cui si fa di spinelli e va a rubare nei negozi. Eppure la sua resistenza è ammirevole, neanche Rambo è così tenace (fatte le dovute proporzioni, ovvio), e con quel suo “meglio stuprata che morta” da anti-santa-maria-goretti mi guadagna 1 milione di punti!
Cristiano in molte critiche (internet) è definito “il bambino”. Bambino??? E’ un tredicenne nazi-fascista che spara ai cani di notte, usa la pistola, fuma di nascosto, ruba nei negozi, compie atti vandalici, picchia, occulta un cadavere e se ne sbarazza, intralciando le indagini. Eppure leggendo non puoi fare a meno di volergli bene: Cristiano è così perché il mondo (=suo padre) lo ha fatto diventare così. Suo padre lo ha rovinato, è pacifico: Cristiano ha un senso completamente distorto dell’etica e della morale (51), il suo cuore “è morto” (451), Cristiano dice: “L’ho perso” (471), non sa piangere, non si fida di nessuno (367, 435), “Sono un mostro” pensa (490). Ma sua madre voleva abortire, Cristiano è vivo solo grazie a Rino. Non solo, è sopravvissuto e sopravvive (al dolore, alla disperazione, alla paura della morte) solo grazie a suo padre. Ciò che lo ha rovinato è ciò che lo ha reso forte e gli ha permesso di sopravvivere. E Cristiano lo sa, sa che suo padre lo ha rovinato ma il suo bene per lui è infinito e conosce la profonda dignità di Rino: noi sappiamo la verità, Cristiano no, eppure alla fine la sua fiducia nel padre è assoluta: “Non è stato mio padre” è l’urlo liberatorio di Cristiano ma l’amara ironia è che “Nessuno lo sentì”. E’ un finale aperto, per un verso desolante, per un altro forse consolante: “Rino sorrise”.
Perché Rino non è morto. Non si sa come si risveglierà, forse rimarrà demente per tutta la vita, ma non è morto. Rino sembra Terminator, non riesci a farlo fuori! All’inizio parrebbe un pallone gonfiato, uno che si atteggia a Rambo ma che la guerra non l’ha vista neanche da lontano. E invece tutta la sua vita è stata una guerra: contro tutto e contro tutti (i ricchi, gli immigrati, le donne, gli assistenti sociali). Rino pensa di essere sopravvissuto a questa sua guerra tutta personale grazie alla cattiveria ed è la cattiveria che vuole insegnare a suo figlio. Eppure, il momento in cui gliela insegna, facendosi rompere il naso (161), è per me uno dei più commoventi del libro insieme all’estremo tentativo di chiamare Cristiano e alla frenetica ricerca del padre, nella notte, sotto il nubifragio, da parte di Crisitano stesso: io non riuscivo a smettere di leggere! Come ammette Rino, lui e Cristiano sono “una cosa sola. Non c’è nessun altro.” Questo padre nazista, ubriacone, violento, fumatore accanito, mezzo disoccupato, maschilista, ha una sua “moralità”: niente droga, niente spergiuri, niente aborto, niente fumo per suo figlio, e fede. Una fede indiscussa: “Il Signore non vuole che io ti lascio solo. […] Dio non ci dividerà mai”. Ed è per questo che quando Cristiano lo trova apparentemente morto, Cristiano pensa: “Dio è una merda. Ti toglie tutto”.

Ho detto prima che fra i personaggi ufficiali del libro non ce n’è uno completamente malvagio ma forse non è proprio così. Uno c’è ed è il protagonista del titolo, Dio, perché è Dio che appunto, nella mente dei protagonisti, “comanda” le azioni più bieche (la violenza e l’omicidio di Fabiana, il tentato omicidio di Rino) e insensate (Danilo prende l’auto per rapinare il bancomat), che induce al suicidio (4 Formaggi), che da spettatore super partes permette che il male si compia (pensate al discorso funebre del padre di Fabiana:”Dio vedendo tutto ciò avrebbe dovuto urlare dall’alto dei cieli così forte da renderci tutti sordi, avrebbe dovuto oscurare il giorno, avrebbe dovuto… E invece non ha fatto niente”), è sempre lui che ammassa tutto questo fango, questa desolazione, questa ignoranza e disperazione accanendosi su poche anime già erose dalla vita e dalla miseria: “Dio si accanisce sui più deboli.[…] Il male è attratto dai più poveri e dai più deboli. Quando Dio colpisce, colpisce i più deboli”.

Ganda

lunedì 10 marzo 2008

Ammaniti di persona e le mie divagazioni personali

Sono incantata!
Sono disperata! Anzi, senza punto esclamativo. Sono disperata. Esprimersi in parole e con una comprensibile logica è dannatamente difficile. Come lo fa bene questo brillante scrittore di Roma Niccolò Ammaniti! In confronto mi sento un pesce. Muto. Con mille pensieri che brulicano dietro gli occhi spalancati. E la bocca che si apre e si chiude senza dire niente.

Insomma torniamo ad Ammaniti.

Ha cominciato a scrivere per sbaglio. Per non dire al padre che non studiava. Doveva pur impegnare in qualche modo il tempo tanto che era lì, nello studio di suo padre, concesso al figlio per una buona e nobile causa come la tesi. Effettivamente si è messo a scrivere ma non la tesi. Man mano che lo prendeva e non smetteva più, il padre pensava “Ammazza, ‘sta tesi”…

Nei tempi di scuola non era bravo nell’italiano, non dimostrava né doti particolari né attitudine a niente che avesse a che fare con la letteratura.

Ultimamente la sua attenzione di lettore si sta spostando da letteratura e libri letterari verso i saggi.

Una cosa interessante e particolare che la letteratura possa fare è spostarsi nella mente della persona e far vedere cosa succede lì dentro – a differenza di una semplice cronaca nera.

Non avrebbe potuto mai scrivere di un bambino soffrente di un paese africano – come gli suggerivano i medici senza frontiere – perché o si trasferisce là e vive insieme a loro per poter scrivere di loro, o altrimenti non sarebbe capace. Ma anche in quel caso al massimo potrebbe scrivere un articolo, non un romanzo.

Non ha mai voluto narrare un racconto in prima persona perché gli sembra limitativo: la prima persona o narra di qualcosa di cui sa, o di qualcosa che gli hanno raccontato gli altri. Invece lui cercava di mostrare i personaggi come da di sopra, come burattini guidati da Dio. Creare un romanzo corale. Con tante voci. Per dare voce più che altro a una comunità e non una persona.

Però nello stesso tempo – quando scriveva “Io non ho paura”, sentiva che la descrizione delle emozioni del bambino in terza persona spesso non funzionava. E’ quando ha usato la prima che ha cominciato davvero a essere convincente. Ha funzionato anche perché lo scrivere in prima persona ha trasportato lui stesso alle esperienze che ha avuto da bambino, facendo il libro convincente.

Ad es. ricorda che da bambino aveva tantissimo tempo per essere annoiato. I bambini di oggi non hanno un minuto libero – sembrano dei piccoli manager – hanno tutto programmato, tutti i giorni della settimana trascritti al minuto, le lezioni di flauto, i corsi di nuoto. E quando gli capita un minuto libero si mettono davanti alla tv e gli viene addosso tutto quello schifo che la tv trasmette. Invece nei suoi tempi c’era tempo per annoiarsi. E fino ad un certo punto era una cosa buona. I giochi erano semplici, spesso fatti da loro. Adesso non c’è tempo.

La cronaca nera e l’uso che ne fanno in tv di tappabuchi nei tempi morti è assolutamente atroce.

[ Cioè, praticamente, ragazzi, abbiamo a che fare con uno scrittore che usa la lingua estremamente semplice, senza fissarsi troppo con la scelta delle parole, per il quale la lingua non è un oggetto di bellezza di per se, ma un puro strumento per far vedere qualcos’altro che gli interessa di più: l’interno della testa umana, ad es. di un delinquente, l’educazione sentimentale di un figlio, il percorso e l’effetto che fa l’educazione che il figlio riceve su quello che poi diventa nella vita, il rapporto padre-figlio… ]

Nei suoi romanzi racconta le storie. Prima di cominciare a stenderle ne ha alcune in testa, più di una, e le porta in mente fino a quando non arriva una definitiva che lo colpisce – come quando hai tante donne nella tua vita e sono lì fino a quando non arriva una e tu capisci è lei quella che voglio – e allora mette giù tutto intorno a quella lì.

Se all’inizio gli avessero detto fai una sceneggiatura da “Come dio comanda” e non un romanzo, lui non l’avrebbe scritto così, avrebbe fatto appunto una sceneggiatura, che è diverso. Però per lui il romanzo offre molti più mezzi per raccontare che un film. Ad es. in un film non potrebbe starci una fine aperta come quella del “Come dio comanda” [qua ci ha svelato la fine] perché il regista semplicemente non potrebbe lasciare lo spettatore con un niente, invece un libro sì. Voleva far vedere come ultima cosa l’illuminazione del ragazzino, è con quello che voleva che finisse il romanzo. Con la sua scoperta che esiste un modo di vivere, modo di vedere le cose altro che quello gli insegnava, non conoscendo altro, suo padre. E un film non potrebbe finire così.

Dal libro “Io non ho paura” è stato fatto l’omonimo film. Era emozionante vedere come certe scene che prima vedeva nella sua testa, e nella sua testa ambientava in certi luoghi, poi prendevano vita e li vedeva veramente accadere attraverso il cinema. E’ stato forte anche vedere come si applicano gli sforzi, i talenti di tante persone nella creazione di qualcosa che in base aveva una sua idea.

Però essere lì sul set era la cosa più noiosa al mondo – consisteva prevalentemente nell’aspettare. Tutto il giorno tute quelle persone ad aspettare che girino o rigirino una scena. Lui molto spesso non ce la faceva.

Gli interessava di raccontare di esaminare il rapporto padre figlio, una “storia d’amore” tra i due – che sono legati nonostante niente – che sono come una tartaruga, il padre è il guscio e il figlio è il corpo che ci sta dentro. E nessuno dei due può stare senza l’altro.

Il padre che gli insegna a vivere attraverso l’odio, perché è uno strumento di protezione, perché non è sicuro nella sua realtà. L’odio verso lo sconosciuto, il razzismo, quando al posto di accogliere qualcosa di estraneo arricchendosi, usufruendo di questo contatto, uno invece lo prende con ostilità, è una manifestazione di paura. Qui da scrittore vuole far vedere un lato umano di ogni persona anche dell’ultimo delinquente che ci sembra il più odioso. Vuole farci capire perchè si comporta così facendo vedere il suo lato umano: che magari è spaventato dal fatto che il lavoro che faceva prima adesso lo danno a uno emigrato che pur di guadagnare è disposto a farlo a metà di soldi, che la sua posizione sociale è compromessa, che le condizioni in cui vive sono insicure, che è proprio per questo supporta Hitler che culturalmente non sa neanche veramente chi era ma lo cita come un esempio al figlio perché il suo regime gli darebbe un minimo di riferimenti e di sicurezza che mancano completamente nella sua vita e che non riesce lui stesso a garantirsi da solo.

[ Praticamente, come scrittore mi sembra molto uno che si interessi della comunità, non uno da introspettiva e pensieri profondi. Cioè lui si interessa sì dei pensieri e dell’interiorità del personaggio ma solo per quanto questo possa influenzare il percorso di tutta la comunità – per non farlo annoiare non basta una persona – si diverte nell’osservare come si andranno a intrecciare tutti i fili delle vite delle persone all’interno di una comunità. Molto più giornalistico come autore. Anzi, pubblicistico – quello di attualità.

Tant’è vero che la prima domanda che gli hanno fatto era sulla centrale nucleare qua vicino, se non vorrebbe dedicare un romanzo a descrivere quella realtà – cosa c’entra con la letteratura?? Non è un giornalista…

La sua parlata è molto sciolta, divertente, comica, che scorre senza annoiare, non lenta e non ripetitiva, molto precisa e leggera. Elegante.]

Per quanto riguarda i critici [li osserva praticamente con lo stesso interesse come i delinquenti o santi] – riconosce il diritto e la libertà di tutti di dire quello che pensano. Se la critica è motivata, anche se negativa, è contento di riceverla.

Comica la situazione quando subito dopo la pubblicazione del suo primo romanzo i critici affermavano: qua l’autore è fortemente influenzato dagli scrittori americani tal dei tali, - in realtà l’autore si chiedeva chi fossero.

Poi, essendo adesso talmente diffusi i mezzi di informazione, un libro appena esce è polverizzato – è divorato dai milioni di lettori, ne sanno tutti, per cui adesso tutti sono critici – non riconosce il diritto di solo alcuni di essere chiamati così. Nel momento in cui hai letto il libro e esprimi il tuo giudizio sei un critico. Magari solo dopo 20-30 anni, quando saranno pochi a conoscere la situazione, quelli potranno esprimersi con autorità dei critici ed essere ritenuti tali.

[ L’ho inquadrato come uno scrittore che ha come obiettivo di illustrare, dimostrare, riflettere in un certo modo la realtà – svelare la realtà – svelare i misteri dentro le teste altrui, raccontando tutto quello che osserva intorno a se – prendendo i fili e mettendoli in un unico tappeto, - facendo questo lui non crea niente di suo, lui assembla, costruisce – ma non crea la lingua lui, è già creata, NON CREA non è stato mai interessato alla parola, per cui non la modifica neanche – la prende e la mette nel piatto – e per funzionare e per convincere e per impressionare deve essere vera e quindi la prende come viene usata dalle persone e la mette nella bocca dei suoi personaggi – un camionista non può parlare come uno scrittore che dà conferenza stampa – se no non sembra veritiero.

Avendo in mente gli occhi impressionati dell’Eli e la reazione della signora Atonia alle parolacce nel libro precedente, ho fatto questa domanda estremamente superficiale: perché lui Ammaniti usa le parolacce. Mentre la facevo sapevo la risposta. Perché lo specchio rispecchia i denti storti e i brufoli. Ovviamente potrebbe come poeta incantarci con delle belle immagini e stupende metafore e omettere i difetti per creare una sua versione della realtà, quella poetica. Ma questo sarebbe un altro genere. Non quello di Ammaniti. Ammaniti non vuole creare i suoi mattoncini, lui costruisce dai mattoncini che sono già creati, che ci sono già.

Ovvio perchè uno scrittore del genere usa le parolacce. Perché stupirsi? E’ come chiedersi ma perché un camionista o un muratore o un dirigente d’azienda usa le parolacce? Il chè è una domanda psicologica o etica o antropologica o sociolinguistica più che letteraria.]

Ammaniti ci spiega anche nelle sue opere perché usa le parolacce – come deve essere uno, quale vita deve avere uno, quali motivi deve avere uno per esprimersi come si esprime, con le parolacce.

Dimostrando il lato umano di un delinquente, di un razzista, di un personaggio che per certi aspetti sarebbe uno schifo della società, lui evita di applicare queste etichette – troppo piatto – non esistono le persone completamente buone o completamente cattive. Infatti quando vuole mostrare un personaggio completamente positivo introduce i bambini – perché una persona adulta non sarebbe capace di questo slancio positivo che proviene da dentro, senza essere provocato da qualche evento dal di fuori, - di questo sono capaci solo i bambini, secondo lui.

Le etichette è anche il motivo per cui non gli piace la tv di oggi. La censura è totale, soffocano ogni minimo di creatività. Il mondo com’è in tv è totalmente privo di sorpresa – facendo vedere i reportage sugli omicidi fanno vedere i vicini che si stupiscono ma come una persona che tutti questi anni così perbene così disponibile abbia potuto uccidere, chi l’avrebbe mai detto. L’omicida deve avere un identikit come un etichetta subito riconoscibile. Questa semplificazione dei personaggi, questa commedia delle maschere, questi etichette – sono quasi come comunismo in questo senso: tutti osservati da questo grande fratello con i profili comportamentali previsti e scritti sulla fronte di ciascuno. Nei suoi libri vuole far vedere il contrario.

Come vedete, alla fine, volendo lasciare traccia dei pensieri di Ammaniti sono arrivata appunto a etichettarlo, e prima ancora di finire il libro. Ma l’ho fatto avendo dietro alle spalle le “Branchie”, “Ti prendo e ti porto via” e la brillante scioltezza delle sue risposte alle domande del pubblico.

venerdì 4 gennaio 2008

Da “Stagioni” di Mario Rigoni Stern

Segavo la legna nel cortile di casa. Mio nonno, seduto sui gradini di pietra, mi osservava fumando la pipa. La sega ben affilata penetrava dolcemente, con buon suono, nel tronco di faggio e la segatura bianca e odorosa di creosoto veniva ad imbiancarmi le scarpe.
Ogni tanto alzavo la testa per guardare verso un poggiolo dove c'era una ragazza che aspettavo ogni giorno quando uscivamo da scuola. Sentivo che anche lei, da lassù, seguiva il mio lavoro.
Improvviso mi giunse un odore più leggero e più fragrante di quello della nebbia e guardando la montaga vidi un grigiore tenue che scendeva sul bosco seguendo la conformazione del terreno. A sera la neve giunse sui tetti delle case, sulle strade, sulle labbra dei ragazzi che aprivano la bocca verso il cielo da dove scendeva luminosa.

E' profondo il silenzio della neve; quando cade, anche la notte diventa più silenziosa e dolcissimo il sonno. E' diversa pure la luce. Stanno immobili dentro il bosco cervi e caprioli, volpi e lepri. Quando il sole ritornerà saranno le cesene a salutarlo: erano partite dalla Scandinavia e da villaggio a villaggio sono giunte sino a noi perché il giorno ha più luce e ci sono le bacche dei sorbi dell'uccellatore che ancora rimangono brillanti sugli alberi accosto alle case.
Il fumo della legna secca che brucia nelle cucine ristagna leggero sopra i tetti e un volo di cornacchie attraversa il cielo inquadrato dalla finestra; anche nel profondo del bosco caprioli e cervi alzando la testa guardano il nuovo paesaggio. Gli scoiattoli escono dal nido e salgono sui pecci facendo cadere la neve: vanno a ricercare gli strobili che nascondono i piccoli semi.

Anche se l'inverno sembra tutto mortificare, nella nuova luce del bosco si riprende a vivere. Camminando immersi in quel bianco di luce propria, tra gli alti tronchi muschiati d'argento, pure il tempo diventa irreale e vivi in un mondo metafisico come dentro un sogno: non ha più peso il tuo corpo, non è faticoso il passo e cammini vagando da pensiero a pensiero. In un infinito tra gli alberi innevati anche le cose della vita appaiono più chiare.

Com'è bene ciò che è forestale! Ora, con il terreno coperto da tanta neve, gli alberi appaiono diritti, solenni e vivi si perdono nella profondità del cielo come silenziosa preghiera. E' davvero grande la foresta invernale: andando con le racchette da neve o con gli sci leggeri ti sembra di essere sospeso nell'aria perché il suolo è sotto tutta quella neve e lì ci sono muschi e licheni, pianticelle, arboscelli, cespugli, e la vita di coleotteri, imenotteri, aracnidi, lombrichi, roditori che continua e aspetta la primavera per manifestarsi. Nel silenzio e nel leggero frusciare degli sci potresti, improvviso e lontano, udire il tambureggiare del raro picchio nero sul tronco di un antico peccio malandato: non tambureggia sovente, ma quando lo fa si sente a grande distanza per la forza che ci mette.

giovedì 3 gennaio 2008

Dopo Rodari, un po' di Leopardi: Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere

Venditore : Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano ,signore, almanacchi ?
Passeggere : Almanacchi per l'anno nuovo ?
V: Sì signore.
P: Credete che sarè felice quest'anno nuovo ?
V: Oh illustrissimo sì, certo.
P: Come quest'anno passato ?
V: Più più assai.
P: Come quello di là?
V: Più più, illustrissimo.
P: Ma come qual altro? Non vi piacerebb'egli che l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi ?
V: Signor no, non mi piacerebbe.
P: Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi ?
V: Saranno vent'anni, illustrissimo.
P: A quale di cotesti vent'anni vorreste che somigliasse l'anno venturo?
V: Io? Non saprei.
P: Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice ?
V: No in verità, illustrissimo.
P: E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
V: Cotesto si sa.
P: Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste ?
V: Eh ,caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
P: Ma se aveste a rifare la vita che avete fatto, nè più nè meno, con tutti i paceri e i dispiaceri che avete passati?
V: Cotesto non vorrei.
P: Oh che altra vita vorreste rifare ?la vita che ho fatto io, o quella del principe, o di chi altro ?O non credete che io ,e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l'appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta , nessuno vorrebbe tornare indietro ?
V: Lo credo cotesto.
P: Nè anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo ?
V: Signor no davvero, non tornerei.P: Oh che vita vorreste voi dunque?
V: Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz' altri patti.
P: Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell'anno nuovo?
V: Appunto.

P: Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è il segno che il caso, fino a tutto quest'anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima , con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere.Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri , e si principierà la vita felice . Non è vero ?
V: Speriamo.
P. Dunque mostratemi l'amanacco più bello che avete.
V: Ecco ,illustrissimo: Cotesto vale trenta soldi.
P: Ecco trenta soldi
V: Grazie, illustrissimo, a rivederla . Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi ?

Con l'augurio che nessuno di chi legge sia sfigato come quei due: BUON ANNO NUOVO.
ANTONIA