domenica 13 aprile 2008

COME DIO COMANDA: considerazioni

Delle due l’una: o ti piace o ti inorridisce. Difficile che ti lasci indeciso. Impossibile che ti lasci indifferente. Il che ne fa un libro di successo, comunque. Capisco che a molti non piaccia, anche se non ammetto le parolacce come una ragione di critica valida: come possono questi personaggi parlare educatamente? Ovviamente se nella lettura cercate svago ed evasione dalla realtà, questo non è il libro che fa per voi. Io invece cerco di tutt’un po’ e mi è piaciuto. Tanto. Direi più di tutti quelli che abbiamo letto fino ad ora. Se dovessi riassumerne l’effetto su di me direi che è stato un commovente calcio nello stomaco.

Non che sia un capolavoro letterario, intendiamoci, anche se a dirla tutta si è meritato il Premio Strega 2007: Shishkin scrive indubbiamente meglio, per esempio, e pur nella vastità e complessità di Capelvenere non commette errori grossolani, non perde mai il filo, non sbaglia i dettagli e usa la prosa come fosse poesia. Ammaniti? Il congiuntivo, questo sconosciuto… E passi nei dialoghi, visti gli interlocutori, ma il narratore? “Quando il presepe sarebbe finito, qualcosa d’importante l’avrebbe avuto anche lui” (ma è solo un esempio)… E poi ci sono gli “abbai” del cane e l’“obbiettivo” che andranno bene a Roma ma nel Veneto poi no, la “scrivaniola”, “il padre ricco, uno di quei froci che bisogna spiegarglielo (?)” e “come un cammello stonato, abbassò lo sguardo” (chissà che sguardo ha un cammello stonato, mah…). Per tacer della ragazza bionda che a pag 117 e 118 ha i capelli corti, così corti che le si vede il collo, e a pag 119 li ha lunghi che ondeggiano sulla schiena. E Fabiana? Nella notte apocalittica indossa una camicia (347) o una maglietta (417/418)? I pantaloni sono abbassati alle ginocchia (245 e 347) o tirati su ma aperti (417/418)? Le mutande sono abbassate (245) e strappate (347) o sono tirate su e si vede solo un ciuffo di peli uscire (417/418)? E’ Cristiano che la trova così a pag 347 e la stende sul tavolo a pag. 417, nessuno l’ha toccata nel frattempo, a meno che Cristiano sia schizofrenico e non si ricordi di averlo fatto ma non funzionerebbe nel meccansmo narrativo e il dettaglio credete non è da poco: dato che le mutande sono intatte e i pantaloni non sono abbassati, Cristiano è sicuro che (suo padre) “non ci ha scopato”. Ho letto Io non ho paura e anche lì ci sono dei momenti di smarrimento come questi: credo sia la riprova di ciò che lo stesso Ammaniti ha detto alla conferenza, cioè che non dà molta importanza alla lingua e allo stile e che a scuola in italiano non era una cima.

Ma che storie sa assemblare! Secondo me quando cammina per la strada o va al bar a prendere il caffé o siede nella sala d’aspetto di un medico lui non vede le persone e le cose, lui le guarda tutte, una ad una, nei minimi dettagli, dallo smalto sulle unghie alla punta degli stivali, dal sacchetto giallo dell’Esselunga all’ombrello che si rovescia nella pioggia, alle gocce che rimbalzano sugli zerbini quando sono fradici, e ascolta tutto, dai discorsi della gente in farmacia ai servizi di cronaca nera al telegiornale, a CSI. E’ come una telecamera che filma la realtà, un registratore che ne conserva i suoni, una spugna che ne assorbe le emozioni. E poi tutto viene smontato e riassemblato fino a formare personaggi inventati certo, ma indubbiamente “veri”, non dei “tipi” bensì delle personalità complesse. E’ un po’ come fare un dolce: gli ingredienti di per sé hanno determinate caratteristiche e sapori e a seconda di come li sai amalgamare ti esce una leccornia o una ciofeca (e infatti molti di voi pensano che sia proprio una ciofeca). Ecco, se dovessi paragonare questo libro a un dolce direi che ha fatto un’ottimo croccante: duro, durissimo all’inizio, da lasciarci tutti i denti, non un dolce amalgamato ma fatto di mandorle tenute insieme dallo zucchero, però poi mastica mastica si ammorbidisce e in bocca comincia a sciogliersi ed è buono e zuccherino, ma con quel retrogusto di mandorle amare…

Una storia simile a questa l’ha raccontata anche il film La ricerca della felicità: un padre e un figlio toccano il fondo ma si risollevano e alla fine il padre ritrova il lavoro, diventa ricco e ci scrive pure il libro. Un eroe, insomma. Uno che ce l’ha fatta. Il sogno americano, riveduto, corretto, ma alla fine sempre e comunque realizzato. Qui di eroi non ce ne sono. Qualcuno alla riunione ha detto che mentre proseguiva nella lettura si aspettava sempre di vedere una luce alla fine del tunnel, che almeno un personaggio si risollevasse dal fango, che ci fosse un miglioramento (Ninova diceva: “Stupiscimi, dài, stupiscimi”). Invece, nisba. Perché non è un film. Giustamente la Nat e l’Elisa mi hanno fatto notare che la storia del film di Muccino è vera e quella del libro no. Il paradosso è che per una storia che va come La ricerca della felicità, ce ne sono 100, 1000 e anche di più che vanno invece come in Come Dio comanda. Però il film piace, il libro meno. Si preferisce il sogno alla realtà? Non vogliamo rinunciare alla speranza? O forse abbiamo paura di guardare la verità negli occhi? Chissà…

Ma, come dicevo, nella realtà così come nel libro non ci sono eroi a tutto tondo. E non c’è nemmeno uno straccio di buon vecchio anti-eroe, l’Antagonista delle favole, il Cattivo per eccellenza, quello che incarna il Male assoluto. Ed è questa la meraviglia che suscita in me questo libro: il male esiste e si capisce bene che cos’è (ammazzare, rubare, violentare, picchiare, commettere atti vandalici, imbottirsi di canne fino a rincoglionirsi, ubriacarsi, nutrirsi di assurdi pregiudizi, tradire i propri amici) ma benché tutti i personaggi principali e molti di quelli secondari compiano il male, non si riesce a giudicarli malvagi, anzi, suscitano inscindibilmente orrore e comprensione, biasimo e simpatia.
4 Formaggi non è colpevole, è pazzo, crede di parlare con Dio e alla fine addirittura di essere lui Dio: ben più colpevole è la società, che per un frainteso senso di tolleranza e lotta al pregiudizio sulla malattia mentale lascia i malati mentali liberi, di vivere con gli altri ma anche di ucciderli.
Danilo è un padre stritolato dal senso di colpa, l’ossessione della rapina non è che un modo per riappropriarsi dell’unica parte rimasta in vita del suo passato, si affida a Dio (o meglio, alla medaglietta di Padre Pio) ma trova la morte nel momento che per lui doveva essere la liberazione.
Beppe è un meschino: tradisce il suo miglior amico andando a letto con sua moglie, vede Dio solo come un punitore di peccati, si affida alla lettura della Bibbia (la ressurrezione di Lazzaro: “Uguale!” J) e ad un voto per salvarsi l’anima, ma poi ci ripensa (la scena della confessione col monaco svizzero è esilarante) e decide di volgere la religione a proprio vantaggio (“Il Signore non è un mercante con cui contratti favori in cambio di promesse”). Ma con Cristiano si comporta da amico, corre quando lo chiama lo Polizia, si trasferisce a casa sua, in parte per opportunismo, è vero, ma non completamente (398 e 476).
Fabiana: che dire? La morte rende tutti santi, questo è quello che lascia intendere la terrificante descrizione del funerale. In realtà è una ragazzina ricca e viziata, che ha tutto ma non apprezza nulla, che non ha alcun rispetto per i genitori (e forse lei non ha tutti i torti, ma nemmeno i genitori ne hanno ad avere riserve su lei), che ha rinunciato ad un’amiciza vera e pulita per la più eccitante e trasgressiva Esme, con cui si fa di spinelli e va a rubare nei negozi. Eppure la sua resistenza è ammirevole, neanche Rambo è così tenace (fatte le dovute proporzioni, ovvio), e con quel suo “meglio stuprata che morta” da anti-santa-maria-goretti mi guadagna 1 milione di punti!
Cristiano in molte critiche (internet) è definito “il bambino”. Bambino??? E’ un tredicenne nazi-fascista che spara ai cani di notte, usa la pistola, fuma di nascosto, ruba nei negozi, compie atti vandalici, picchia, occulta un cadavere e se ne sbarazza, intralciando le indagini. Eppure leggendo non puoi fare a meno di volergli bene: Cristiano è così perché il mondo (=suo padre) lo ha fatto diventare così. Suo padre lo ha rovinato, è pacifico: Cristiano ha un senso completamente distorto dell’etica e della morale (51), il suo cuore “è morto” (451), Cristiano dice: “L’ho perso” (471), non sa piangere, non si fida di nessuno (367, 435), “Sono un mostro” pensa (490). Ma sua madre voleva abortire, Cristiano è vivo solo grazie a Rino. Non solo, è sopravvissuto e sopravvive (al dolore, alla disperazione, alla paura della morte) solo grazie a suo padre. Ciò che lo ha rovinato è ciò che lo ha reso forte e gli ha permesso di sopravvivere. E Cristiano lo sa, sa che suo padre lo ha rovinato ma il suo bene per lui è infinito e conosce la profonda dignità di Rino: noi sappiamo la verità, Cristiano no, eppure alla fine la sua fiducia nel padre è assoluta: “Non è stato mio padre” è l’urlo liberatorio di Cristiano ma l’amara ironia è che “Nessuno lo sentì”. E’ un finale aperto, per un verso desolante, per un altro forse consolante: “Rino sorrise”.
Perché Rino non è morto. Non si sa come si risveglierà, forse rimarrà demente per tutta la vita, ma non è morto. Rino sembra Terminator, non riesci a farlo fuori! All’inizio parrebbe un pallone gonfiato, uno che si atteggia a Rambo ma che la guerra non l’ha vista neanche da lontano. E invece tutta la sua vita è stata una guerra: contro tutto e contro tutti (i ricchi, gli immigrati, le donne, gli assistenti sociali). Rino pensa di essere sopravvissuto a questa sua guerra tutta personale grazie alla cattiveria ed è la cattiveria che vuole insegnare a suo figlio. Eppure, il momento in cui gliela insegna, facendosi rompere il naso (161), è per me uno dei più commoventi del libro insieme all’estremo tentativo di chiamare Cristiano e alla frenetica ricerca del padre, nella notte, sotto il nubifragio, da parte di Crisitano stesso: io non riuscivo a smettere di leggere! Come ammette Rino, lui e Cristiano sono “una cosa sola. Non c’è nessun altro.” Questo padre nazista, ubriacone, violento, fumatore accanito, mezzo disoccupato, maschilista, ha una sua “moralità”: niente droga, niente spergiuri, niente aborto, niente fumo per suo figlio, e fede. Una fede indiscussa: “Il Signore non vuole che io ti lascio solo. […] Dio non ci dividerà mai”. Ed è per questo che quando Cristiano lo trova apparentemente morto, Cristiano pensa: “Dio è una merda. Ti toglie tutto”.

Ho detto prima che fra i personaggi ufficiali del libro non ce n’è uno completamente malvagio ma forse non è proprio così. Uno c’è ed è il protagonista del titolo, Dio, perché è Dio che appunto, nella mente dei protagonisti, “comanda” le azioni più bieche (la violenza e l’omicidio di Fabiana, il tentato omicidio di Rino) e insensate (Danilo prende l’auto per rapinare il bancomat), che induce al suicidio (4 Formaggi), che da spettatore super partes permette che il male si compia (pensate al discorso funebre del padre di Fabiana:”Dio vedendo tutto ciò avrebbe dovuto urlare dall’alto dei cieli così forte da renderci tutti sordi, avrebbe dovuto oscurare il giorno, avrebbe dovuto… E invece non ha fatto niente”), è sempre lui che ammassa tutto questo fango, questa desolazione, questa ignoranza e disperazione accanendosi su poche anime già erose dalla vita e dalla miseria: “Dio si accanisce sui più deboli.[…] Il male è attratto dai più poveri e dai più deboli. Quando Dio colpisce, colpisce i più deboli”.

Ganda

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