Devo dire che il commento di Matteo a Capelvenere ha furoreggiato durante la riunione! Erano tutti d'accordo, chi più chi meno. Io ovviamente sto tra i "chi meno" sennò mica mi prendevo la briga di scrivere, ma in ogni caso non posso che concordare con lui sulla "cervellosità" a tratti esasperata (ed esasperante), sulla difficoltà oggettiva (ma del resto la Nat non ci aveva mica detto che fosse facile, anzi), su un malcelato compiacimento nel fare sfoggio delle proprie conoscenze (se la tira proprio! ecchessaràmmai sta' Anabasi, sono arrivata a 37 anni senza averla letta e neanche adesso ne sento la mancanza) e sulla lunghezza (la metà bastava). Diamo atto però alla Nat di averci avvertito che era (cito) "un pacco pazzesco".
Però...
- scusate, ma il senso del libro, o meglio I sensi, sono chiarissimi, li ripete fino alla nausea: la parola scritta è l'unica realtà e l'unico modo per conservare la Verità, cioè le storie, cioè le vite degli esseri umani (e per me non ha torto, chi si ricorderà di noi dopo la nostra morte? tempo un paio di generazioni e ogni traccia della nostra vita scomparirà se non la mettiamo nero su bianco); le storie, cioè le vite, cioè la Verità, sono le stesse per tutti, tutti noi viviamo un'esperienza che ci è toccata in sorte per puro caso e che prima è stata di altri e che poi sarà di altri ancora (qui sono parzialmente d'accordo, ma non arriverei al "siamo stati tutti scambiati"); noi siamo in fondo una persona sola e una vita sola e una storia sola (e infatti nelle ultime 20 pagine, le più allucinanti di tutto il libro, Galpetra riassume nelle parole e nell'aspetto tutte le storie che si sono intrecciate nel libro); anche Dio però diventa un tutto unico: l'invisibile, l'Amore, la Bellezza, la Morte, la pianta (Capelvenere) e il polline della pianta, "chiamalo come vuoi" dice l'Autore (personalmente questa conclusione la trovo un pò raffazzonata e semplicistica... sarà che son diventata agnostica); c'è n'è per tutti: atei,ebrei, musulmani, cattolici, ortodossi, russi, ceceni, tedeschi, svizzeri, italiani... nessuno ha ragione e nessuno torto, nessuno è innocente e nessuno è colpevole, alla fine la bilancia è paradossalmente in equilibrio fra chi è felice e chi no. Tutte le storie di tutti e 3 i livelli (interrogatori; lettere a Nabuccodonosauro; diario) sono infarcite di immagini, metafore, sottostorie che ripetono queste idee. E ne ho citate solo alcune...
- Nabuccodonosauro è il figlio, lo si capisce pian piano fino all'ultima lettera, scritta dall'istituto svizzero a Roma, in cui diventa chiaro, come è chiaro che la ex-moglie non gli ha fatto sapere dove si è trasferita visto che le lettere precedenti gli tornano indietro
- "saltare di palo in frasca" lo fa davvero solo nelle ultime 20 pagine, se leggi bene il resto del libro "funziona" con i vari rimandi, la trama sotto c'è anche se bisogna scavare alquanto per farla emergere. Certo però che alla fine in certi punti arriva al non-senso puro, all'illogicità, e a me non piace, mi "scade" (la Nat direbbe che devo piantarla con la mia mania di voler vedere un senso dappertutto, ma tant'è, son fatta così)
- nella versione russa non ci sono note. Qui molte la traduttrice se le poteva pure risparmiare, non servono a un tubo. Per me l'Autore ci vuol dire: "Io lo so, tu lo sai? Bene, sei bravo come me. Non lo sai? Fa lo stesso, è un "di più", lo puoi capire lo stesso quel che voglio dire." E son d'accordo. Comunque sbaglia anche lui ogni tanto, per esempio l'Immacolata Concezione se la deve ripassare!
- secondo me la Nat ha ragione a dire che è sbagliato definirlo romanzo, è in parte un romanzo e in parte un lungo poema: certe parti sono scritte in metrica e rimano (anche in italiano!), ci sono tante figure retoriche tipiche del linguaggio poetico, insomma l'Autore ha una padronanza dei mezzi linguistici fenomenale, tanto di cappello. In una poesia solitamente non si cerca una trama o una storia, non ci sono interpreti o protagonisti, una poesia non è una biografia, son pensieri, sentimenti, paure, emozioni. E tutto questo c'è. Solo che, come molte poesie moderne e come molta letteratura russa, è troppo cervellotica e quindi "fredda" la sua poesia e soprattutto triste (da svenarsi proprio, non si ride manco per sbaglio)
- credo sia stata grandemente sottovalutata nelle nostre analisi la figura di quella GRAN VACCA della cantante (no, dico, parliamone: fa ancora il liceo e si porta a letto un famoso attore che potrebbe essere suo nonno per sfondare in teatro... per tacere di quelli che si fa dopo...)
In conclusione come dice Polonio di Amleto (e qui me la tiro da bbestia) "Though this be madness, yet there is method in 't." "E' pazzia, ma c'è del metodo".
Ciaoooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo!
Elena G.
P.S.: la barca è il romanzo, chi lo legge ma soprattutto chi lo scrive può usarlo per "liberarsi", suppongo dal contingente, dalla realtà terra-terra che ti circonda come una prigione, ed arrivare alla Verità. Ma se non me lo diceva la traduttrice che era una metafora importante da tenere d'occhio, mica stavo a pensarci.
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